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Martedì, 27 Febbraio 2024
Parole e immagini

Sondrio Festival: il grande alpinista Hervé Barmasse impreziosisce la quarta serata

Stasera la manifestazione prosegue con la proiezioni di altri due documentari in concorso

A Sondrio Festival la quarta è stata la serata del ghiaccio e della neve, delle condizioni estreme e delle imprese ardite, della perseveranza di chi vuole raggiungere un obiettivo, di chi desidera fortemente qualcosa che sembra irraggiungibile, del sogno, della felicità. Tra scommesse e sfide con sé stessi, l'inizio del secondo weekend ha regalato brividi ed emozioni forti, partendo dai documentari ambientati sulle montagne francesi e nel lembo più settentrionale del Canada per arrivare a Hervé Barmasse, il noto alpinista valdostano, che si è preso il palco del Teatro Sociale e per oltre un'ora ha intrattenuto un pubblico venuto in larga parte appositamente per lui.

La conversazione con Angelo Schena, membro del Comitato centrale del Cai, è durata giusto il tempo di una presentazione, il ricordo di chi non c'è più e di chi ancora non si trova, poi è stato solo Barmasse, grato a Sondrio Festival per l'invito, riconoscente per l'opportunità di chiudere in Valtellina il suo ciclo di conferenze. Nato il primo giorno d'inverno, promessa dello sci alpino, ha visto i suoi sogni infrangersi contro un palo di ferro dopo una caduta che lo ha costretto a tante operazioni e a una lunga riabilitazione. Ha ritrovato il sorriso sul Cervino e poi sulle pareti di altre montagne, in giro per il mondo, dove era stato spinto dal padre. La Patagonia e il Pakistan, le vette raggiunte e quelle sfiorate, in un racconto appassionato, supportato da alcuni video, per dire che gli alpinisti non sono eroi ma solo persone che amano divertirsi in montagna, anche se a volte si prendono troppo sul serio, che i primati si perdono mentre le esperienze rimangono, che la fortuna è fondamentale, nonostante non se ne parli mai, che bisogna conoscere i propri limiti per trovare sé stessi. Oggi l'obiettivo è scalare in maniera pulita, in stile alpino, senza lasciare tracce del proprio passaggio, salvaguardando la montagna. Infine il privilegio di arrivare in cima per riuscire a guardare oltre l'orizzonte e il richiamo conclusivo alla felicità: "Se sei felice non c'è ostacolo che ti ferma. Siate felici".

I documentari in concorso

L'intervento di Barmasse ha inframezzato la serata di proiezioni che si è aperta con "La scommessa", di Baptiste Deturche, girato tra le Alpi francesi e i Pirenei, seguendo le tracce dei galliformi di montagna, specie emblematiche la cui presenza rivela le emergenze del territorio. Dagli igloo scavati sotto la neve per ripararsi dal freddo e nascondersi dai predatori fino all'esplosione della primavera: lunghi appostamenti per riprendere il francolino di monte, una piccola palla di piume, la civetta nana, grande quanto una pigna. La parata dei galli forcelli sulla neve è spettacolare, sottolineata dal regista con una musica incalzante, mentre i galli cedroni continuano a diminuire. E ancora la pernice bianca, esperta nel mimetizzarsi, e la cuturnice, parente stretta della quaglia: cinguettii che accompagnano dall'inizio alla fine un pregevole lavoro documentaristico. La conclusione è un'elegia alla montagna: che cosa sarebbe senza questa vita? Che cosa saremmo noi senza la montagna?

A chiudere la serata è stato proiettato "Yukon: un sogno bianco", girato da Mathieu Le Lay in Canada, ai confini con l'Alaska, in un territorio grande come la Francia ma scarsamente popolato, la foresta descritta da Jack London nei suoi romanzi. Il fotografo naturalista ha un obiettivo: immortalare la capra delle nevi. Ci riuscirà dopo cinquanta minuti di documentario, affrontando condizioni climatiche estreme, tra venti gelidi e bufere di neve, in scenari dal bianco accecante. Incontra caribù, pernici, linci, pecore bighorn e finalmente, a oltre duemila metri di quota, la capra delle nevi: compare e sparisce, lascia tracce dietro di sé, è il fantasma della montagna. È enorme, ha corna da antilope e una lunga barba, il suo manto candido si dissolve nel bianco del paesaggio. Missione compiuta: una fotografia è buona quando non c'è più nulla da togliere.

Nel corso della serata, sul palco è salita anche Manuela Dorsa Crameri, introdotta dalla presentatrice Gigliola Amonini, per invitare a visitare l'esposizione estemporanea "Era fra spazio e tempo", con le sonorizzazioni di Nadia Braito: camicie da reinventare, il ghiaccio che si sgretola, per una nuova interpretazione dell'ambiente che ci circonda. È allestita nella Sala "Celestino Pedretti" e si può visitare fino al 26 novembre dalle ore 16 alle ore 19.

Questa sera

La quinta serata di Sondrio Festival, che avrà inizio alle ore 20.30, riserva la conversazione fra l'attrice Gianna Coletti e la scrittrice Paola Favero, vincitrice del Premio internazionale "Una mimosa per l'ambiente", per presentare il suo libro "Perdere l'equilibrio", e la proiezione di altri due documentari in concorso. Si viaggia in Italia con "Il bosco d'acqua - Un anno nella Riserva naturale dei Bordighi", che sarà presentato dal regista Marco Tessaro e dal presidente della Comunità Montana Valtellina di Sondrio Tiziano Maffezzini, e con "Ogni volta che il lupo", di Marco Andreini, anch'egli presente sul palco, ambientato nel Parco Nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise.

La Mostra Internazionale dei Documentari sui Parchi è organizzata da Assomidop, presieduta dall'assessore alla Cultura, Educazione e Istruzione del Comune di Sondrio Marcella Fratta, e diretta da Simona Nava. Può contare sul sostegno di Regione Lombardia, Provincia di Sondrio, Comunità Montana Valtellina di Sondrio, Fondazione Pro Valtellina e Confindustria Lecco Sondrio. Gli sponsor sono Banca Popolare di Sondrio, Iperal, A2A, Acinque e Pezzini. Il programma dettagliato, la presentazione dei documentari in concorso e tutte le informazioni sono disponibili sul sito internet www.sondriofestival.it.

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