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«Abbiamo trovato un donatore compatibile, è tedesco, è lui che ti donerà il suo midollo»

Il toccante racconto di Giulia Venosta, giovane morbegnese sopravvissuta alla leucemia

Non vogliamo e non possiamo aggiungere altro.

3.4.2007-3.4.2018
«Abbiamo trovato un donatore compatibile, è tedesco, è lui che ti donerà il suo midollo»: una frase che una ragazzina di 12 anni non dovrebbe mai sentire, eppure a volte capita. E quando capita non lo dimentichi più. A 12 anni ho ricevuto un nuovo midollo perché il mio non funzionava più, ora il mio midollo è tedesco e funziona alla perfezione. La mia malattia aveva un nome strano che mi faceva paura: LEUCEMIA MIELOIDE ACUTA

Dopo i cicli di chemioterapia e una ricaduta, la mia unica possibilità per guarire era fare un trapianto da donatore esterno. Sono passati undici anni dal quel giorno, dalla mia rinascita: un traguardo gigantesco. In realtà lo ricordo come fosse ieri, quando i dottori sono entrati nella camera sterile di ospedale con quelle sacche di color rosso scuro. Speravo che le cose sarebbero andate per il meglio, anche se sapevo che la strada sarebbe stata in salita, ma dovevo crederci perché volevo tornare a vivere.
Dopo il trapianto sono stata ricoverata per un mese e mezzo: nella mia enorme sfiga posso dire di essere stata fortunata perché ho avuto un percorso limpido, nessuna complicazione, mi hanno tolto subito i farmaci e dopo sette mesi ho potuto tornare a scuola. Piano piano le mie difese immunitarie sono tornate nella norma e ho potuto poco alla volta riprendere la mia vita, anche se con una maturità «speciale » che spesso le persone «comuni» non possono capire.

Se oggi sono qui a parlare di queste cose, se sorrido, se posso realizzare i miei sogni è solo grazie a lui, al mio angelo tedesco. Undici anni fa io facevo avanti e indietro dall’ospedale a lottare per la mia vita. Non avevo più i miei capelli lunghi, non giocavo più a pallavolo, non avevo più appetito, non potevo andare nei luoghi affollati; dovevo sempre girare con una mascherina. Avevo imparato a memoria i nomi e gli orari delle flebo, nonostante questo sorridevo sempre, avevo voglia di giocare, disegnare e facevo i compiti come tutti gli altri bambini.
Di solito la gente non capisce quello che noi abbiamo vissuto, finché non ci finisce dentro. Can-cro: due sillabe, spesso una vita che va a pezzi. Forse un avviso più che una condanna, forse una lezione di vita. Difficile da accettare, ma forse indispensabile per imparare a vivere. Chi conosce la mia storia pensa che sia stata una sfortuna, io dico semplicemente che è ciò che mi ha definito. Serviva questo a farmi capire quanta vita c’è in chi lotta, quanta leggerezza e serenità anche quando sei nel bel mezzo della guerra. Quanta energia e quanta speranza negli occhi di chi sente la morte vicina. Io questa malattia la voglio ringraziare perché senza non avrei mai scoperto la parte migliore di me. In mezzo a quella guerra ho trovato tanto coraggio e tanta forza; in mezzo alle battaglie ho capito che cosa conta davvero. In mezzo al dolore ho imparato a sorridere. Dopo questa esperienza sono tornata a vivere, anche se i ricordi non se ne andranno mai. Da allora la mia vita è cambiata per sempre. Ora so per certo, in meglio.

Ora ho tutta la vita da vivere con il sorriso, anche se non c’è giorno che non pensi a quello che è stato, a tutte le persone meravigliose che si sono prese cure di me, ai miei compagni che ora sono delle stelle bellissime in cielo. Voi sarete parte di me per sempre. La vita è un dono meraviglioso e so che anch’io valgo. Grazie angelo mio. <3

11 ANNI

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