L'ultimo saluto a don Roberto: «Ha incarnato con disarmante semplicità uno straordinario messaggio d’amore»

A Regoledo di Cosio centinaia di persone hanno preso parte al funerale del sacerdote degli "ultimi" celebrato dal vescovo della Diocesi di Como, Oscar Cantoni

I fedeli in piazza Sant'Ambrogio

Un lungo applauso e moltissima commozione hanno accompagnato il feretro di don Roberto Malgesini nell'uscita dalla chiesa parrocchiale di Sant’Ambrogio al termine dei funerali svoltisi a Regoledo di Cosio nel pomeriggio di venerdì 18 settembre. Sono state centinaia le persone che hanno voluto dare l'estremo saluto al sacerdote degli "ultimi" ucciso a Como tre giorni fa, assiepate tra la piazza antistante la chiesa e l'oratorio del paese collegato in streaming con un maxischermo (senza contare le migliaia di persone collegate via internet).

Una cerimonia partecipata in cui il vescovo della Diocesi di Como, Oscar Cantoni, ha voluto esortare i presenti a raccogliere l'eredità di don Roberto. «In questi giorni, la nostra Comunità cristiana, ma anche l’intera nostra società, pur attonita e sconvolta per la tragedia subìta, riscopre questo straordinario messaggio d’amore, che don Roberto ha incarnato con disarmante semplicità e che egli rimanda a noi perché sia diffuso e moltiplicato.  A noi tutti, dunque, il compito di proseguire con l’affabilità e la tenerezza di don Roberto nei confronti dei bisognosi, dei poveri in particolare, riconosciuti e accolti come la vera “carne di Cristo”. Una nuova primavera di grazie ci prepara il Signore attraverso il martirio di don Roberto: non sciupiamo questa straordinaria, immeritata occasione e… ciascuno faccia la sua parte!».

funerale Malgesini interno-2

Ecco di seguito l'omelia completa di monsignor Cantoni.

Cari fratelli e sorelle amati dal Signore: 

ci accoglie Cristo Signore, crocifisso e risorto da morte, che vittorioso, rinnova e attualizza per noi la sua Pasqua, ossia ci offre la sua vita immortale. 

In questo modo risplende per noi la vittoria della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, siamo resi partecipi del trionfo del bene sul male, sperimentiamo così la pienezza dell'amore che vince ogni iniquità umana. 

Per la risurrezione del Signore noi crediamo che anche l’anima di don Roberto, uomo giusto e mite, è nelle mani di Dio e se anche la sua fine è ritenuta una sciagura, egli vive nella pace quale martire della misericordia.

Celebrare l'Eucaristia significa per tutti noi innestarci nello stesso movimento d'amore sacrificale di Gesù, per far trasparire la sua forza redentrice dentro le scelte che compiamo. Noi tutti sappiamo quanto sia costoso accettare di vivere pienamente nel dono di noi stessi, amando sino alla fine, come Gesù. Saremmo tentati di credere che la nostra vita vale per la lunghezza degli anni o per le opere che riusciamo a realizzare, ma essa è feconda solo nella misura in cui è donata. Si tratta di infondere amore, giorno per giorno, con semplicità evangelica, andando oltre l’egoismo, che ci rinchiude in noi stessi e non ci fa vedere le necessità e ci rende insensibili di fronte alle sofferenze degli altri.

Proprio qui a Regoledo di Cosio, nella sua famiglia e in questa comunità cristiana, don Roberto ha compiuto i primi passi per imparare la faticosa arte del dono di sé. Ha incominciato ad apprendere, dal vivo esempio dei suoi genitori e di quanti gli sono stati vicini, la capacità di diventare puro pane spezzato, che sazia la fame altrui, come Gesù. 

Ogni giorno sperimentiamo, infatti, attorno a noi una grande fame d'amore, che domanda accoglienza, che auspica condivisione fraterna, che ricerca solidarietà, che chiede e offre perdono, che esige di prendersi cura di ciascuna persona come se fosse l’unica. Proprio a servizio di queste fami, don Roberto avrebbe manifestato in seguito la sua capacità d’amare. 

"Per fare un uomo ci vuole un villaggio", ci ricorda un proverbio africano. Per diventare un cristiano adulto nella fede è indispensabile una comunità, una famiglia, innanzitutto, che insegni e testimoni la legge dell’amore e del dono di sé agli altri. 

Nello stesso tempo, c’è bisogno di una comunità cristiana “famiglia di famiglie”, capace di autentici gesti di solidarietà e di amicizia sincera. 

In questa comunità parrocchiale di Regoledo di Cosio, don Roberto è stato generato alla fede attraverso il Battesimo, ossia ha cominciato fin da piccolo a sperimentare che “l'amore è da Dio”. Il Battesimo è, infatti, il dono attraverso cui noi riconosciamo e crediamo all’amore che Dio ha per noi. 

Qui tra voi don Roberto ha imparato a rendere testimonianza a Cristo, servo dei suoi fratelli in umanità, mediante il dono dello Spirito Santo nella Cresima. Ricevendo l'Eucaristia ha compreso che se Dio ci ha amato, anche noi, a nostra volta, dobbiamo amarci gli uni gli altri. L’Eucaristia esige, infatti, una vita che testimonia una piena comunione con i fratelli.

In seguito, anche a causa del buon terreno di questa Comunità, che nel tempo ha dato alla Chiesa diversi sacerdoti, missionari, religiosi e religiose e altre persone consacrate, don Roberto ha sviluppato quelle condizioni necessarie e indispensabili per diventare ministro del Vangelo, discepolo di Cristo, pastore secondo il suo cuore. Lo ricordo negli anni della sua formazione presbiterale con quanta passione e gioia coltivava una amicizia intima con il Signore Gesù, premessa indispensabile per divenire discepoli.  Nello stesso tempo ammiravo con quanta affabilità condivideva la vita dei suoi compagni, con i quali ha tessuto rapporti autentici di sincera e schietta amicizia fraterna nel Signore. Una dimensione che poi in seguito don Roberto ha saputo coltivare, sostenendo discretamente altri sacerdoti in difficoltà.

Ordinato presbitero nel 1998, ha seminato tanto bene nelle due Comunità a cui è stato inviato e che tutti gli riconoscono: a Gravedona prima, a Lipomo, poi. Ma intanto, proprio in quegli anni, don Roberto si è sentito chiamato a sviluppare un dono che si sarebbe chiarito progressivamente e che ha coltivato come “una vocazione nella vocazione”: quella di condividere, a tempo pieno, in città di Como, la vita dei più poveri, dei senza dimora, dei profughi. 

Ha scelto allora, col consenso e in comunione col vescovo, di prendersi cura degli ultimi, singolarmente presi, di accettare anche le loro fragilità, offrendo in cambio accoglienza piena e amorevolezza, con una delicata “attenzione d’amore” ai singoli, subito attratti dalla sua singolare disponibilità ad accogliere tutti con gratuità e senza giudizio. 

Possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che don Roberto aveva preso sul serio le parole del Signore riportate nel vangelo che è stato proclamato: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. E papa Francesco ha sottolineato, a commento di questo passo evangelico, che “Siamo chiamati a scoprire Cristo nei poveri, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro” (EG 198).

Queste affermazioni di Francesco sono la chiave per comprendere e gustare lo stile dell’azione pastorale di don Roberto. 

In questi giorni, la nostra Comunità cristiana, ma anche l’intera nostra società, pur attonita e sconvolta per la tragedia subìta, riscopre questo straordinario messaggio d’amore, che don Roberto ha incarnato con disarmante semplicità e che egli rimanda a noi perché sia diffuso e moltiplicato.  

A noi tutti, dunque, il compito di proseguire con l’affabilità e la tenerezza di don Roberto nei confronti dei bisognosi, dei poveri in particolare, riconosciuti e accolti come la vera “carne di Cristo”.

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