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Redazione

Bozzetti sondriesi. Il presepe dei frati di Colda

A dire il vero (per quanto abbia i miei annetti sulle spalle), non ricordo il dosso sovrastante il cimitero di Sondrio senza il convento dei frati cappuccini. Doveva essere un luogo particolarmente ameno, panoramico, rigoglioso e ben coltivato.

     Ero ancora un ragazzetto con i calzoni corti, quando vennero edificati il monastero e la chiesa. Sono opere della modernità, ma hanno ospitato un ordine famoso e vecchio di secoli. Da qualche anno i cappuccini se ne sono andati. Al loro posto è subentrata una piccola comunità sempre appartenente alla famiglia francescana.

     L’opera si trova nel comune di Montagna, ma è proprio sul confine con quello di Sondrio. La squadrata e un po’ anonima costruzione ormai fa parte dello scenario cittadino. La ripida balza sottostante, un tempo addomesticata dai tipici terrazzamenti, ora è ricoperta da boscaglia cedua, paradiso di cornacchie, lucertole e bisce.  

     Ricordo quando fu inaugurata la chiesa. Ci andai con i salesiani, una soleggiata domenica mattina (penso di primavera, intorno a Pasqua). Doveva essere il 1964 o il 1965. Subito dopo, a qualche messa, volle andare anche mia madre con nonno Celso. Espresse un commento positivo, ma non le piacquero alcuni affreschi sulla pala dell’altare. Secondo lei, quelle donne dell’antico testamento apparivano troppo donne. Lei disapprovava il fatto che l’artista ne aveva rimarcato le forme. 

     I frati cappuccini di Colda (così furono sempre familiarmente chiamati) divennero presto famosi per il loro presepe. Veniva costruito in chiesa e richiedeva quasi due mesi di lavoro. Infatti, fin dal 2 o 3 novembre, quel settore del tempio veniva nascosto da un tendone. E se ti capitava di fare una visita per dire una preghiera o per cercare un frate confessore, sentivi colpi di martello e altri rumori tipici di una bottega di falegname. Poi, quando arrivava l’Avvento, il telo cadeva e appariva il presepe. Senza Bambinello, ovviamente. 

     Quando divenni papà, presi l’abitudine annuale di portare i miei bambini ad ammirare il presepe dei frati. Lo facevo il pomeriggio di Natale, dopo il pranzo. I miei tre figli osservavano estasiati quel sacro manufatto, che faceva rivivere lo scenario mediorientale con i pastori, gli animali e i personaggi principali, sullo sfondo di un cielo cangiante, ora puntellato di stelle, ora illuminato da una suggestiva luce diurna. E un apparecchio nascosto diffondeva le tipiche melodie natalizie. 

     Poi uscivamo. E i tre bambini si rincorrevano vociando sull’ampio piazzale, mentre già cominciava a fare buio.

Questo racconto è scritto da Giuseppe Novellino e fa parte della rubrica "Bozzetti sondriesi".

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