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Da Grosio al Mozambico, don Filippo Macchi diventa missionario

Domenica 20 ottobre, presso la Cattedrale di Como, riceverà il mandato missionario dal Vescovo monsignor Oscar Cantoni. L'intervista

Don Filippo Macchi in Mozambico durante l'estate scorsa

Don Filippo Macchi, vicario da 5 anni presso la parrocchia di Grosio, prima a supporto di don Renato Lanzetti e poi di don Ilario Gaggini, andrà in missione in Mozambico. Don Filippo, 39 anni il prossimo 30 novembre, riceverà, domenica 20 ottobre, alle ore 17 presso la Cattedrale di Como, direttamente dal Vescovo monsignor Oscar Cantoni, in occasione della Giornata Missionaria Mondiale, dedicata al tema “Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo”, il mandato missionario. 

Don Filippo sarà sacerdote “fidei donum” (ovvero un prete diocesano, inviato “ad gentes”, come collaboratore di una Chiesa sorella) nella nascitura missione diocesana in Mozambico. Precisamente nella Chiesa di Nacala. 

Mesi di preparazione

La partenza non è immediata. Già nei prossimi giorni, e fino a poco prima di Natale, don Filippo sarà in Portogallo, per imparare il portoghese, la lingua ufficiale del Mozambico. Studio che riprenderà con l’inizio del 2020. Poi, indicativamente nel mese di marzo, don Filippo partirà per il Mozambico, dove continuerà a studiare: per tre mesi seguirà dei corsi, in un centro di formazione dei Padri Comboniani, che gli permetteranno di conoscere meglio la storia e la cultura mozambicana. Al termine di questo percorso si trasferirà nella diocesi di Nacala. 

Si tratta di una realtà estesa per 26mila kmq nel nord-ovest dello stato africano (affaccia sull’Oceano Indiano), con una popolazione di poco inferiore ai 3 milioni di abitanti, di cui il 41% è di religione cattolica. Le parrocchie sono 24, con meno di 30 preti e poco più di un centinaio fra religiosi e religiose. Alla guida della diocesi il vescovo, di origine spagnola, monsignor Alberto Vera Aréjula. In tale contesto don Filippo, almeno per un primo periodo, lavorerà, nella comunità di Chipene, in collaborazione con due sacerdoti – anch’essi “fidei donum” – della diocesi di Concordia-Pordenone.

Le parole di don Filippo

Don Filippo, che è stato in visita in Mozambico, la scorsa estate, osserva che: «La nuova missione diocesana in Mozambico non deve essere vista come un prete in meno, ma come una possibilità in più».

Don Filippo come ti senti?

«Sono fiero che per il Vescovo e per tante persone nella diocesi aprire una nuova missione sia qualcosa di importante. E sono felice di essere parte di questo cammino. Certo c’è anche la preoccupazione per un orizzonte che si spalanca davanti agli occhi: vedi una strada lunga e non sai cosa ti attende».

Avevi già dato la disponibilità a partire per il Camerun nel 2013 poi tutto si blocco per via degli attacchi di Boko Haram e della chiusura della collaborazione missionaria…

«Devo dire che la missione non è mai stata un mio pallino, un sogno che volevo realizzare, piuttosto la vedevo come una necessità della Chiesa a cui io potevo dare il mio contributo. Nel 2013 mi chiesero se fossi disposto a partire e mi dissi “perché no?”. Fui sorpreso io stesso dalla naturalezza di quella risposta anche se ero a Maccio da solo un anno. Nei mesi successivi partecipai al corso di tre mesi al Centro unitario missionario di Verona, propedeutico ad ogni partenza, e mi preparai a raggiungere quanti erano nella diocesi di Maroua-Mokolo. Poi tutto si bloccò».

Una disponibilità che hai rinnovato?

«Nel 2015 decisi di mettere da parte l’idea della missione e di buttarmi anima e corpo nel servizio a cui il Vescovo mi aveva chiamato a Grosio. Poi è arrivato l’appello per l’apertura della nuova missione con quella domanda rivolta alla diocesi: “Cosa vi impedisce di dare la disponibilità a partire?”. Mi sono detto un’altra volta che non avevo ragioni per tirarmi indietro».

Nel mese di agosto hai visitato per la prima volta il Mozambico e la diocesi di Nacala. Cosa ti ha colpito?

«Di positivo sicuramente l’aria di famiglia che abbiamo respirato in quei quindici giorni, una scioltezza nei rapporti che mi ha davvero colpito. Ho visto una Chiesa in cui i laici fanno tanto e dove la collaborazione con i preti è molto bella. In negativo, invece, resta la preoccupazione di aver toccato una realtà molto complessa, davvero distante dalla nostra, e in cui bisognerà per forza entrare gradualmente».

Perché partire per l’Africa quando la missione è anche qui da noi?

«Rispondo con un’altra domanda: cosa può far crescere me e la nostra diocesi? Certamente il bisogno di preti c’è qui come in Mozambico, ma non credo serva fare a gara a chi ha più bisogno. Sono convinto che vivere questa esperienza missionaria oltre il nostro tradizionale orizzonte farà crescere me come prete e, alla fine, anche la nostra Diocesi. Sarà un segno importante che ci aiuterà a vivere la missione qui e a far crescere veri cristiani nelle nostre comunità».

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