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Redazione

Bozzetti sondriesi. Saliscendi

In fondo al campetto dell’oratorio c’era una porticina sgangherata che immetteva nella via Lusardi. Anche se gli educatori e i chierici salesiani la sorvegliavano e a volte la chiudevano, veniva utilizzata per disertare la preghiera pomeridiana che si teneva durante le vacanze estive.

     Poteva essere l’estate del 1959 o del 1960. Io e mio fratello Lorenzo avevamo preso l’abitudine di sgattaiolare da quell’uscio per tornare a casa facendo un lungo giro nella parte alta della città. A volte ci accompagnava l’amico Riccardo. 

     Via Lusardi, da poco asfaltata, era praticamente un vicolo cieco che andava a morire tra frutteti e orti sotto le vigne di Colda.

      Salivamo lungo la ripida stradicciola fino al Convitto. Ci piaceva quella zona rocciosa, coperta da muschi e cespugli, alla cui base si apriva una specie di antro (esiste ancora oggi, ma è del tutto nascosto) che, a detta di molti, era servito da rifugio durante la guerra. 

      Raggiunto il piazzale del Convitto, scendevamo nella via Scarpatetti, per poi risalire sotto il Masegra. Quindi imboccavamo la scalinata Ligari fino in piazza Cavour. E da lì tagliavamo per il centro, raggiungendo al più presto la nostra casa in via Nazario Sauro. Quell’ultimo tratto lo percorrevamo con aria stanca e annoiata, dilaniati dai morsi della fame. Non era come il magico saliscendi della prima parte del nostro itinerario.

      Le stradine e le gradinate della parte alta della città esercitavano su di noi un certo fascino. Ci sembravano frequentate da gente più semplice di quella che si incontrava nel piano. A volte si vedeva una donna anziana con la gerla, oppure l’arrotino che procedeva lentamente su una Lambretta scoppiettante, dai parafanghi arrugginiti.

      Ce ne andavamo così, piccoli passeggiatori, senza paura di essere richiamati da qualcuno. Dopotutto, a quel tempo, i ragazzetti delle elementari vagavano per le strade di Sondrio senza accompagnatori adulti, a volte in gruppetti vocianti. 

     Un mezzogiorno particolarmente assolato, ci venne incontro il suono della campana a morto. Quella volta, avevamo deciso di scendere dalla parte del vicolo San Siro e il campanile della Collegiata ci stava proprio davanti. Due donne salivano, sbuffando. Una teneva la sporta della spesa piena di roba comprata al mercato. La posò su un gradino e disse: 

     – Sta a vedé’ che l’è morta la L. de Scarpatecc. 

     – L’era malada? – domandò l’altra. 

     – ‘Na bruta malatia… quela degl’utant’agn.

     Lorenzo ed io ci facemmo di lato e continuammo a scendere saltellando verso l’Angelo Custode.

Questo racconto è scritto da Giuseppe Novellino e fa parte della rubrica "Bozzetti sondriesi".

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