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Mercoledì, 17 Aprile 2024
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Bozzetti sondriesi. Il Pizzighiu

Fino a pochi anni fa, il prolungamento di via Cesare Battisti verso piazzale Bertacchi era un vicolo cieco. Terminava con un vecchio muro davanti allo scalo merci. Su un lato c’erano vecchie case basse, in stile rurale; sull’altro, spiccava l’edificio delle Suore Canossiane. Poco più in su, all’angolo con via Nazario sauro, dove oggi sorge l’ormai vecchio e brutto palazzo dell’ASL, c’era un ampio spiazzo di detriti, dove erano state demolite delle costruzioni. Quest’ultimo particolare, però, riguarda tanto tempo prima. Una realtà presente fino agli anni ’50.

     Le suddette costruzioni demolite erano state riservate, durante la guerra, alla raccolta degli ebrei rastrellati, che poi dovevano essere inviati al Brennero. Quindi era una specie di piccolo campo di concentramento che, a detta degli storici locali, non fu mai veramente utilizzato. 

     In quello spazio, come nel vicolo cieco, giocavamo da bambini. Andavamo anche nel Parco della Rimembranza, lì vicino, ma questo era tutto un altro gioco.

     Nella viuzza popolare c’era sempre un gran movimento, negli anni ’50. E c’era anche la piccola bottega del falegname che chiamavano Pizzighiu.

     Era, costui, un artigiano che sopravviveva con piccoli lavoretti: la costruzione di una mensola o di un armadietto, la riparazione di una sedia, di un comodino, di un attaccapanni. Dava retta ai bambini che giocavano, lasciando che entrassero nella bottega a prendere una manciata di trucioli o una lista di compensato. Qualche volta mormorava nel suo dialetto sondriese (mi pare lui fosse di Scarpatetti), mandando al diavolo chissà chi o prendendosela con chissà cosa. Era piuttosto brutto, piccolo, un po’ curvo. Si faceva aiutare da un giovane che probabilmente era il figlio. 

     Su mia sorella Elisabetta esercitava uno strano fascino. Forse perché sembrava uno di quei vecchietti che si incontrano nelle fiabe. 

     Una volta, che non lo si vedeva da alcuni giorni ma che era ricomparso sulla soglia della sua bottega, la bimba gli andò in contro e lo abbracciò felice. Lui, forse, rimase un po’ imbarazzato. 

     Meglio ricordo la reazione di mia madre, che corse a riprendersi la figlioletta, scusandosi in modo affettato. 

Questo racconto è scritto da Giuseppe Novellino e fa parte della rubrica "Bozzetti sondriesi".

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