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Martedì, 27 Febbraio 2024
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Redazione

Bozzetti sondriesi. L'uspedal

Quando ero bambino, non esisteva ancora il Padiglione Nord. La cappella era accanto alla portineria. Soprattutto, l’ospedale di Sondrio non era un’azienda sanitaria. Era semplicemente l’uspedal.

     La via Stelvio, che scorre sul lato sud del nosocomio, era paradossalmente più trafficata rispetto ad oggi, forse perché erano molti i veicoli che attraversavano la città passando per il centro.

     In quel tempo associavo l’ospedale alla sofferenza, ma non alla morte, tantomeno alla nascita. 

     Io sono nato in casa, come gli altri miei fratelli. Sapevo che esisteva un reparto che si chiama ostetricia, ma pensavo che servisse solo per quei bambini che faticavano a venire al mondo. La morte, poi, era quanto mai scissa dalla realtà ospedaliera. Certo, ero consapevole che l’ammalato poteva facilmente defungere, ma sentivo più spesso che le persone morivano o a casa o per la strada. La salma veniva quasi sempre sistemata in una domestica camera ardente, segnalata da drappi nero argentati appesi al portoncino d’ingresso.

     Naturalmente, da bambino, di morti ne ho visti pochi. Ricordo molto bene mia nonna Maria, spirata in casa sua nel novembre 1958. Avevo nove anni e rimasi turbato nel vederla distesa nella cassa, prima che la chiudessero. Grazie alla mesta naturalezza con cui gli adulti si confrontarono con il lutto, me ne feci una ragione e rimasi in qualche modo sereno. Sentii mio nonno Celso dire: 

     – La sarà cuntenta de es morta ‘n ca’ sua… miga a l’uspedal.

     L’altra mia nonna, invece, la vidi soffrire all’ospedale. Si chiamava Carmela e fu fatta venire a Sondrio da suo figlio Antonio, cioè mio padre, per l’operazione della cataratta. Era il 1961.

     La mia nonna irpina fu ricoverata in oculistica e venne operata dal primario. Quando andai a trovarla, mi fece una forte impressione. Stava immobile nel letto senza poter muovere la testa, tenuta in posizione da due sacchetti di sabbia. Infatti, l’operazione della cataratta era ancora quello che era, richiedeva al malato molta sopportazione e infinita pazienza. Ricordo che, uscendo, mi ritrovai su una via Stelvio piuttosto assolata e in piena animazione (doveva essere un’ora di punta). Ebbi un moto di tristezza, pensando alla nonna che doveva stare immobile nel letto per almeno una settimana.

     Sperai di non dover mai fare l’intervento della cataratta. Invece fui operato a tutti due gli occhi, in tempi recenti. L’ospedale mi trattenne solo per poche ore. Non perché era diventato efficiente come un’azienda produttiva, ma per il semplice fatto che si sono fatti notevoli progressi nel trattare quella patologia.

Questo racconto è scritto da Giuseppe Novellino e fa parte della rubrica "Bozzetti sondriesi".

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