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Redazione

Bozzetti sondriesi. La Collegiata

L’ho sempre considerata brutta, affiancata a una torre campanaria che invece esercita su di me un certo fascino e che, come tutti sanno, è considerata il simbolo architettonico di Sondrio.

     Come raccontano le cronache, fu costruita sui resti di una chiesa più antica e fu sottoposta a vari rimaneggiamenti, interni ed esterni. Vi misero mano valenti artisti come Pietro Ligari, Antonio Caimi e Giovanni Gavazzeni. Presenta una facciata e un presbiterio di concezione neoclassica. All’interno prevale un barocco asciutto e severo che la rende piuttosto cupa, anche se ariosa.

     Mio nonno Celso diceva sempre che quello era un tempio che faceva onore ai santi Gervaso e Protasio, patroni di Sondrio. Lui apparteneva alla confraternita parrocchiale e li venerava con sincera devozione. Quando arrivava il tempo della processione del Venerdì Santo, indossava la lunga veste rossa e affiancava il simulacro del Cristo deposto dalla croce. 

     Quando Lorenzo ed io facevamo le elementari, spesso ci portava ai vespri, la domenica pomeriggio. Ci sedevamo nel coro, dietro l’altar maggiore, e mentre lui cantava e pregava, noi fantasticavamo sui bassorilievi di argomento biblico che ornano i severi scranni di legno. Poi ci portava a fare merenda nella sua casa in via Lavizzari, dove nonna Maria aveva quasi sempre da offrirci una fetta di torta fatta con le sue mani: una torta margherita molto semplice che a noi sembrava deliziosa.

     Nella Collegiata sono stato battezzato, ho fatto la prima comunione e la cresima. In qualche modo essa mi ha accompagnato nella mia vita di cristiano. Ma non l’ho mai amata. Ci vedevo sempre qualcosa di severo, di intimidatorio. Mi è sempre sembrato un luogo di solenne, austera tristezza. Da ragazzino e da adolescente, frequentavo di più la chiesa di San Rocco.

      Nella chiesa dei Santi Gervasio e Protasio ho visto passare molti preti, alcuni dei quali vi sono rimasti a lungo, integrandosi perfettamente nel luogo. Ricordo l’arciprete Tirinzoni, vecchio e curvo, don Tommaso Levi con la sua faccia severa, il mite don Giuliano, don Giovanni Maccani. E rivedo don Attilio Nonini, in veste nera e con la faccia scura, incedere lungo la navata con il suo passo claudicante.

     Non vissi all’ombra di quella chiesa, la quale, però, ha occupato un posto importante nella mia vita.

Questo racconto è scritto da Giuseppe Novellino e fa parte della rubrica "Bozzetti sondriesi".

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