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Il quadro occupazionale

Da inizio pandemia persi oltre 700 posti di lavoro in provincia

Secondo i dati elaborati dalla Cgil, nei primi tre trimestri del 2021 si è assistito a una ripresa occupazione, che però non basta ancora a pareggiare gli effetti del covid e, soprattutto, si connota ancora per contratti precari e salari bassi

Il centro studi della Cgil di Sondrio ha elaborato una sintesi occupazionale relativa ai territori di Valtellina e Valchiavenna che considera le comunicazioni obbligatorie relative alle attivazioni e alle cessazioni di rapporti di lavoro in provincia di Sondrio dal 2019 al terzo trimestre 2021: ne emerge un quadro in "chiaro-scuro". Se, infatti, emerge una ripresa economica, non si può dire ancora lo stesso a livello occupazionale, visto che molto spesso il lavoro è precario e le figure professionali richieste sono di bassa competenza.

In più, dopo l'emergenza covid mancano ancora 700 posti di lavoro e sono stati persi oltre 400 posti a tempo indeterminato. Si registra ancora una grave disparità di genere, visto che le donne hanno perso ben 1000 posti di lavoro.

Nuovi posti di lavoro e contratti cessati

I primi tre trimestri del 2021 hanno fatto registrare complessivamente 23.196 attivazioni e 20.410 cessazioni con un saldo positivo di 2.786. Nei due anni precedenti il saldo dei primi tre trimestri era sempre stato negativo (-488 nel 2019 e -1.958 nel 2020). Si registra pertanto una prima e vera inversione di tendenza, che necessita però di una contestualizzazione e di una lettura più attenta,

Indubbiamente si tratta di un segnale importante, ma la lettura dei numeri evidenzia come questa ripresa, oltre a non aver ancora consentito il recupero “dell’effetto pandemia”, si connota come una ripresa precaria e con bassi salari. Nel periodo 01/01/2019 - 30/09/2022 le attivazioni sono state 82.859 e le cessazioni 81.951, con un saldo positivo sul periodo di +908 unità. Il 2019 però aveva fatto registrare un saldo positivo tra attivazioni e cessazioni di 1.678, pertanto il saldo dal 2020 (inizio pandemia) è ancora negativo con 770 posti persi (48.563 attivazioni cui sono corrisposte 49.333 cessazioni).

Pertanto, nonostante la variazione di tendenza sul breve termine, il saldo da inizio pandemia evidenzia come non si sia ancora recuperata, al 30/9/2021, l’occupazione persa. Inoltre, dopo il 2020, le incertezze dovute alla pandemia e alle conseguenti limitazioni imposte dal legislatore hanno causato una minor durata dei rapporti di lavoro a termine.

Differenze di genere

Il saldo positivo complessivo evidenziato nel periodo 1/1/2021 - 30/9/2021 non è equo a livello di genere. Infatti l’incremento complessivo solo per poco più del 31% riguarda le donne (+880), mentre oltre il 68% dei soggetti coinvolti sono uomini (+1.906). Nell’intero periodo analizzato le attivazioni di rapporti di lavoro che hanno riguardato donne sono state 41.097, alle quali sono però corrisposte 41.312 cessazioni con un saldo negativo di 215 unità, mentre per gli uomini si registrano 41.762 attivazioni contro 40.639 cessazioni (saldo +1.123).

Pertanto in quasi tre anni l’occupazione ha avuto un piccolo incremento, ma solo a livello maschile, perché l’occupazione femminile è calata. Nel 2019 le attivazioni erano state per il 50.6% di uomini e per il 49.4% di donne. Pertanto si evince che la pandemia, insieme alla difficoltà di conciliare le attività cura con il lavoro, ha drammaticamente incrinato la possibilità di accesso al mercato del lavoro delle donne, che già pagavano i fenomeni evidenziati dalle analisi precedenti come minor durata dei contratti, occupazione precaria, part-time involontari e più bassi salari.

Se si limita l’analisi al periodo 1/1/2020-30/9/2022 per “misurare” l’effetto pandemia sull’economia provinciale, il saldo negativo evidenziato in precedenza di -770 è dato da un saldo positivo di +188 degli uomini e uno molto negativo delle donne di -958. La pandemia quindi ha maggiormente colpito nel genere sull’occupazione femminile. 

Lavoro sempre più precario

E' il contratto a tempo determinato a farla da padrone con il 66% delle attivazioni totali (54.921 dal 1/1/2019 al 30/9/2022) mentre i contratti a tempo indeterminato attivati sono solo l’ 11% (9.205) del totale. L’incrocio di attivazioni e cessazioni per tipologia di contratto evidenzia poi che il saldo positivo, in precedenza segnalato, di +908 è fatto di un incremento dei contratti a tempo determinato (+467), dell’apprendistato (+1108), dei contratti di collaborazione (+56), mentre invece calano tutte le altre tipologie di assunzione (-295) e purtroppo anche i contratti a tempo indeterminato (-428).

Nei quasi tre anni di analisi si sono persi 428 contratti a tempo indeterminato (equivalenti almeno a due grandi aziende per le dimensioni dell’economia provinciale). Nei primi 3 trimestri 2021, nonostante gli importanti incrementi registrati, il saldo vede crescere i contratti a tempo indeterminato di sole 87 unità contro le 2.657 dei contratti a termine e i +324 dell’apprendistato. In più, dal 2020 i contratti a tempo indeterminato persi in provincia di Sondrio sono 261.

La pandemia quindi ha acuito il già grave problema della precarietà dell’occupazione provinciale e fatto calare l’occupazione a tempo indeterminato gravando particolarmente sull’occupazione femminile. Si intravede una ripresa economica legata al recupero energetico e allo stanziamento del PNRR e degli altri fondi europei. La speranza è che si traduca anche in una diminuzione della precarietà e in un incremento dei contratti a tempo indeterminato, creando le basi per la sicurezza sociale e la buona occupazione obiettivi del NGEU.

Le competenze richieste

Nell’economia provinciale sono prevalentemente richieste professionalità di media competenza (che interessano il 62% delle attivazioni), mentre le competenze di alto livello riguardano solo il 14% delle assunzioni e le basse professionalità il 25%. Nelle cessazioni le percentuali sono abbastanza simili, ma emblematica è l’analisi dei saldi per skill. In quasi tre anni le basse professionalità hanno un saldo di +1.120 e le alte di +280, mentre le medie registrano un saldo negativo di -489 unità. Pertanto gli incrementi sono sostanzialmente sulle basse professionalità e si evidenziano due fenomeni.

Da un lato l’impoverimento, perché a un aumento in proporzione delle basse professionalità corrisponde una riduzione del salario medio. Dall’altro il timore espresso dalla Cgil è che sia aumentato il fenomeno del sottoinquadramento, che acuisce il gender gap a sfavore ancora una volta dell’occupazione femminile.

Dal 2020, sempre per analizzare gli effetti della pandemia, l’incremento delle alte professionalità è stato minimo con un saldo di +23, mentre l’incremento delle basse professionalità +732; il saldo sulle professionalità medie è invece di -1524. Quindi nella pandemia le alte professionalità non sono cresciute, mentre invece tra le basse e le medie, al netto dell’emorragia, c’è stata una sorta di travaso che evidenzia il fenomeno del sottoinquadramento. 

Le differenze per mandamento

Il solo centro per l’impiego di Bormio contrattualizza un terzo delle attivazioni provinciali, Sondrio il 23%, Morbegno il 20%, Tirano il 14% e Chiavenna il 10%. Le proporzioni sono mantenute anche nelle cessazioni, ma l’analisi dei saldi dei centri per l’impiego evidenzia come la zona più vivace sia l’unica col saldo negativo (-2147). Mentre invece Morbegno, comprensorio a maggior vocazione industriale, ha il saldo maggiore +1.194 come il capoluogo +1.088. A seguire Tirano +571 e Chiavenna +201. 

A pesare sul saldo negativo del centro per l'impiego di Bormio la vocazione altamente turistica del territorio.

E quelle per settore

I dati 1/1/2019-30/9/2021 contengono una componente stagionale. Ad esempio, a inizio 2019 i contratti di lavoro a termine nel settore turistico erano già attivati (e quindi non conteggiati) mentre invece vengono conteggiate le cessazioni essendo successive; i contratti a termine in agricoltura invece, essendo ancora periodo di alta stagione, il 30 settembre sono ancora attivi, ma cesseranno nei mesi successivi. Quindi l’analisi sui saldi sconta l’effetto stagionale.

In ogni caso, più di un terzo delle attivazioni è per alberghi e ristoranti, seguiti da istruzione e altri servizi sociali al 15%, commercio al 9.5%, agricoltura e pesca al 9% e industria in senso stretto al 7.6%. I saldi (differenza tra attivazioni e cessazioni nei singoli settori) evidenziano un dato negativo in alberghi e ristoranti (-2316) e in trasporto e magazzinaggio (-297) mentre sono positivi in agricoltura (+1.175), costruzioni (+919), istruzione (+462) industria (+455).

Il sorprendente dato dell’agricoltura, oltre a scontare l’effetto stagionale evidenziato in precedenza, potrebbe essere in parte un travaso dal settore alberghiero a quello degli agriturismi e potrebbe in parte essere il risultato dell’apertura di molti spacci aziendali presso le aziende agricole provinciali, oltre che dal ritorno alle attività tradizionali da parte delle nuove generazioni.

Il risultato delle costruzioni è un primo effetto dei bonus che hanno agevolato le ristrutturazioni con l’efficientamento energetico delle unità abitative, mentre quello della scuola è dovuto alle stabilizzazioni dei precari degli scorsi anni, a cui si sono aggiunte le cosiddette assunzioni in “organico covid” aggiuntive per consentire alla scuola di avere continuità e garantire meglio il distanziamento.

L’industria recupera per l’aumento delle richieste abbastanza generalizzato. Anche il dato degli alberghi è inficiato dalla stagione già iniziata l'1 gennaio 2019 e quindi, andrà contestualizzato quando saranno pubblici i dati al 31/12/2021.

Le prospettive a breve e medio termine

Il 2021 ha visto l’economia nazionale chiudere con un’importante crescita, pertanto c'è fiducia che i dati del 4° trimestre dovrebbero in parte migliorare la situazione. Difficilmente l’economia provinciale riuscirà a tornare ai valori pre-pandemia, ma il forte incremento ha influito anche sulla situazione valtellinese.

La campagna vaccinale ha raggiunto altissime percentuali della popolazione e dovrebbe preservarci da ulteriori chiusure e limitazioni. Questo anche se l’ultima ondata pandemica di dicembre ’21 e gennaio ’22 ha messo a dura prova le strutture organizzative delle aziende locali per sopperire alle assenze per malattia e quarantena delle maestranze.

Rimane il grave problema dell’aumento dei costi energetici e delle materie prime, aggravato dalla guerra in Ucraina. Le aziende locali, soprattutto per le piccole dimensioni, sono più esposte e hanno minore possibilità di recuperare questi costi, con difficoltà ad assorbirli sulla già limitata marginalità. Il blocco dei licenziamenti ha consentito di gestire la crisi con gli ammortizzatori sociali e di avere oggi (seppur necessiti di notevoli miglioramenti) un sistema di welfare più universale rispetto al passato. Oggi si registra una maggior dinamicità nella mobilità di lavoratrici e soprattutto lavoratori che cambiano azienda grazie alla domanda in aumento. Per la prima volta dopo decenni però chi cambia lavoro non lo fa per un significativo aumento di salario o per il conseguimento di una posizione superiore e più stabile. 

NGEU progetta un’Europa più autonoma. Questo potrebbe portare ad un accorciamento della filiera del quale il territorio potrebbe beneficiare, ma molto dipenderà da quanto il Paese e la provincia faranno per essere protagonisti in questo cambiamento e da quanto la digitalizzazione della PA saprà supportare questa crescita. Le piccole dimensioni e la mancanza di una strategia che veda muoversi come un insieme il territorio, però, rischiano di compromettere questa possibilità che non è scontata, il territorio dovrà collaborare per determinare il proprio futuro nel quadro nazionale ed europeo. Il tema della riconversione energetica non è ancora un tema provinciale né delle aziende del territorio

In attesa di costruire le condizioni per una destagionalizzazione dell’offerta turisticoricettiva, sfruttando anche l’opportunità delle Olimpiadi invernali del 2026, è fondamentale che si rilanci il settore industriale e artigianale perché è quello che garantisce occupazione stabile.

L’ulteriore incremento della precarietà registrata dall’analisi non è giustificato, occorrerà pertanto un’azione coordinata per dare prospettiva e un lavoro stabile in particolare a donne e giovani. L’analisi, riferendosi ai rapporti di lavoro in provincia, non contempla il fenomeno dei lavoratori frontalieri. Auspicando che si traducano in pratica le recenti promesse per costituire con l’amministrazione provinciale e il Cantone dei Grigioni un osservatorio che consenta di avere nel dettaglio una conoscenza più approfondita e aggiornata del fenomeno, la Cgil afferma che oltre frontiera si sono aperte ulteriori opportunità.

Queste hanno visto un numero crescente di lavoratori decidere di diventare frontalieri, in particolare in edilizia e turismo. Contrariamente ad alcune associazioni datoriali la Cgil ritiene la frontiera un’opportunità. Questo sbocco, fondamentale per tenere alta l’occupazione del territorio va favorito per esempio superando la carenza territoriale sia scolastica, sia di tipo privato della formazione sulla lingua tedesca, un tempo non necessaria, oggi quasi indispensabile per lavorare nei Grigioni.

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