Neonata morta, l'Azienda ospedaliera: «Prestate le massime cure, non abbiamo sentito gli insulti razzisti»

La famiglia della piccola deceduta a 5 mesi e le persone accusate di razzismo non erano nello stesso ambiente. Resta la versione dei testimoni oculari

Né confermate, nè smentite. È sostanzialmente questa la posizione di ASST Valtellina e Alto Lario e carabinieri in merito ai presunti insulti a sfondo razzista pronunciati da alcune persone in attesa di essere visitate presso il pronto soccorso dell'ospedale di Sondrio ai danni di una giovane 22enne di origine nigeriana in preda alla disperazione per la morte della propria figlia di neanche 5 mesi.

Troppo lontani da staff sanitario e dalla famiglia della piccola defunta perchè le frasi fuori luogo venissero colte da altre persone che non fossero quelle in attesa di una visita. Resta la testimonianza di almeno tre persone, certe di aver sentito pronunciare frasi di matrice razzista contro l'"eccessiva" disperazione della madre e dei suoi familiari.

La posizione dell'azienda ospedaliera 

«Le frasi riportate da Francesca (la ragazza che le ha rese pubbliche) non possono essere né confermate, né smentite. Il personale in servizio non le ha assolutamente sentite. È certo, invece - spiegano i responsabili all'ANSA - che l'assistenza e la cura nei confronti della famiglia e della loro figlioletta sono state massime».

I Carabinieri

Anche i carabinieri dal canto loro non sono in grado di confermare o smentire quanto riportato pubblicamente. Raggiunti dall'agenzia di stampa Adnkronos i militari hanno commentato così: «Non c'è stato nessun commento e nessun insulto razzista perché presenti erano solo lei, il marito, il personale medico, una parente e i carabinieri. Nessuno ha gridato frasi razziste all'indirizzo della donna e la donna non può aver reagito a questi insulti perché non c'e' stata interazione tra chi aspettava di essere curato e lei. Al comando per ora non è stata neanche presentata alcuna denuncia per episodi di razzismo. Certo i militari non possono escludere commenti tra i pazienti nella sala d'attesa che permette due accessi: o si va ai reparti o si va alle salette mediche che sono separate e non a vista. Ma dalla sala d'aspetto in quella zona non è giunto assolutamente nessun commento».

Riservatezza del dolore

Come confermato dal dirigente del Pronto Soccorso, il dott. Raniero Spaterna, per tutelare la riservatezza ed il dolore di una famiglia il personale medico aveva preferito "isolare" i parenti della giovanissima vittima chiudendo le porte, mantenendo così lontani i presenti in quel momento.

Sembra così evidente come i commenti razzisti non siano stati pronunciati in faccia alla giovane madre ma detti senza che i diretti interessati (compresi medici ed infermieri occupati a prendersi cura di loro) abbiano potuto udirli.

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Ciò non nega la gravità di quanto riportato dai testimoni oculari. Un fatto grave che non può essere ignorato ma che, ad ogni modo, non può essere imputato all'intera comunità sondriese e valtellinese. Come spesso accade, anche in questa occasione, le generalizzazioni sono fuori luogo e poco utili ad sano dibattito pubblico.

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