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Bozzetti sondriesi. Architettura del Fascio

In via Trento sorge il severo e squadrato monumento dedicato ai caduti di tutte le guerre. Sui due costoni laterali spiccavano, in altorilievo, i due simboli del fascio littorio. Oggi non ci sono più.

     I giovani e coloro che sono diventati sondriesi da poco non sanno che la costruzione veniva chiamata “Il Balilla”. O meglio, quel nome ufficiale era stato dato all’annessa brutta costruzione dove si tenevano le adunanze della gioventù fascista negli anni ’30 e nei primi ’40.

     Un giorno, dissi a un mio amico e collega di origini meridionali:

     – Ok, ci vediamo alle cinque in punto davanti al Balilla.

     Quello mi guardò con occhi stralunati e fece: – Davanti a cosa?

     Quando mi capita di avere a che fare con giovani o con sondriesi non autoctoni, non lo chiamo più così.

     Palazzo e monumento furono inaugurati nel 1932, più o meno nello stesso periodo in cui veniva edificato, in Corso Vittorio Veneto, il nuovo Palazzo del Governo. Stesso stile, stessa espressività retorica di un’architettura di regime.

     Negli anni ’50, ’60 e ‘70, il brutto mausoleo fu in qualche modo trascurato. Faceva la sua bella pompa in via Trento, ma veniva poco utilizzato. Le cerimonie principali venivano celebrate nel Parco della Rimembranza. Nel frattempo, sul retro, venne costruito il moderno palazzetto dello sport con annessa piscina. In qualche modo l’area tornò ad essere un luogo dedicato all’educazione fisica della gioventù, anche se non più quella esaltata dal duce.

     Ricordo un giorno di tanti anni fa. Ero un bambinetto con i calzoncini corti. Passavo di lì insieme a mia madre. Proprio davanti al monumento, lei si fermò a chiacchierare con una sua amica che aveva a sua volta con sé i due figlioletti più o meno della mia stessa età.

     Insomma, mentre le due donne parlavano e parlavano, raccontandosi chissà che cosa, noi tre cominciammo a rincorrerci sul marciapiede e poi a salire la gradinata fin sotto la femminea statua della Patria. Mia madre mi richiamò, suggerendo all’amica di fare altrettanto con i suoi bambini. 

     Quando le fui vicino mi rimproverò con insolita severità, dicendo che su quel monumento non dovevo permettermi di giocare. E mi disse che chi l’aveva costruito, aveva cara la Patria. E che cara doveva esserlo per tutti noi… e anche per me. 

     Oggi sorrido al ricordo. Nel rimproverarmi, mia madre si era dimostrata riconoscente anche verso i costruttori di quel monumento. Proprio lei che fu una democristiana di ferro (a dire il vero, più anticomunista che antifascista) e che nel settembre del 1943 rischiò di finire in Germania per avere infranto un busto di Benito Mussolini.

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