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Bozzetti sondriesi. Le magistrali

Il primo giorno di ottobre 1964, un bel gruppo di studenti affollava l’ampio marciapiede che correva davanti all’edificio scolastico. Tra quelli c’ero anch’io, piuttosto smarrito, anche se avevo percorso solo cento metri per recarmi a scuola. Mi guardavo intorno per vedere se conoscevo qualcuno con cui dividere l’ansia di quel primo approccio con gli studi superiori. E quando vidi Carlo P., mio compagno delle medie, mi sentii rincuorato. Cominciava così il lungo viaggio formativo che mi avrebbe fatto diventare insegnante: prima maestro elementare, poi professore di lettere.

     L’edificio che mi avrebbe ospitato era di essenziale modernità, in servizio solo da due anni. Molto luminoso all’interno, per la presenza di vetrate bene allineate su tutti e quattro i piani, presentava sulla facciata due mosaici. C’era il posto per altri due, che però non vennero mai realizzati. Quell’opera incompiuta mi è rimasta in mente come un difetto caratteristico della costruzione. Un po’ come la pendenza della Torre di Pisa, per intenderci.

     I ricordi che ho, dei miei studi magistrali, sono indelebili. Non potrò mai dimenticare la mia classe della sezione B, composta da quattordici ragazze e quattordici ragazzi. Sì, potevamo essere perfettamente accoppiati. Tra di noi, tuttavia, non nacque alcun idillio: solo un’amicizia profonda, che è durata nel tempo. Lì, ho fatto il mio Sessantotto. Ma il mio Sessantotto lo feci nel Sessantasette, l’anno prima di andare all’università. Con alcuni compagni dell’istituto partecipai a fondare un giornalino ciclostilato che si chiamava “Quinta Dimensione”. Sotto la testata c’era scritto: “Esce quando vuole e quando può”. Ci scrivevamo articoli di protesta, parlavamo dei nostri sogni adolescenziali, commentavamo i film dell’epoca, la musica dei Beatles e dei Rolling Stones.

     In quell’Istituto tornai per due anni scolastici, come insegnante. Inutile dire che mi sentivo come uno che rientra a casa dopo una lunga assenza.

      Le Magistrali: così venne sempre chiamato quell’edificio, anche quando divenne sede del Provveditorato agli Studi. La gente era abituata a vederlo, con quella linea essenziale e moderna. Dava un certo tono alla via Nazario Sauro, proprio di fronte ad antiche ville immerse nel verde.

     Oggi non c’è più. È stato demolito per fare spazio alla casa di riposo che ne occupa l’intera area. Prima che scomparisse, sono andato ad ammirarlo un’ultima volta e mi pento di non avere scattato una foto.

Questo racconto è scritto da Giuseppe Novellino e fa parte della rubrica "Bozzetti sondriesi".

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