La dottoressa di Delebio guarita dal covid-19: «Non vedo l'ora di tornare a curare i miei pazienti»

La toccante testimonianza del medico iraniano Sudabeh Salehi: «Questa malattia ti costringe all'isolamento, non puoi avere contatti con nessuno, e anche parlare al telefono diventa difficoltoso, ti manca il respiro»

La dottoressa Sudabeh Salehi 

«Anche se sarà un rientro graduale, non vedo l'ora di poter riprendere il mio lavoro e tornare a fianco dei miei pazienti perché per me, come per tutti i miei colleghi, questo non è solo un lavoro, ma una missione». Chiude con queste parole la lettera firmata dalla dottoressa Sudabeh Salehi momentaneamente fermata nella sua attività medica che svolge nel vasto territorio dei comuni di Delebio, Nuova Olonio e Piantedo, dopo aver contratto il Covid-19.

Il medico, giunto dall'Iran nel nostro Paese, già dagli anni duemila a Mandello del Lario, si è fatto apprezzare per professionalità e dedizione. Nello scritto che ha inviato, Sudabeh Salehi racconta la sua lotta al Covid ed esprime anche una serie di considerazioni che dimostrano il suo legame alla professione e ai pazienti, mai dimenticati anche nei giorni difficili della malattia.

«I mesi invernali rappresentano per noi medici di base un periodo molto impegnativo dal punto di vista lavorativo - racconta il medico di base, operativa in provincia di Sondrio - Alle normali patologie si sommano la sindrome influenzale, le complicanze nei pazienti fragili e le vaccinazioni. Raggiunta la fine di Febbraio, il miraggio della Primavera diventa sempre più vicino e reale. Con essa il lavoro è diverso e riesci a dedicarti maggiormente ai pazienti cronici. Quest'anno però, ahimè, il miraggio non si è trasformato in realtà: si è prospettata davanti a noi una situazione diversa e completamente nuova per tutti. Quello che poche settimane prima sembrava lontano e raccontato solo dai giornali, in realtà era già tra di noi. Fin da subito, io e miei colleghi abbiamo cercato di capire come ridurre il contagio nei nostri ambulatori, apportando modifiche nelle sale d'attesa, cercando di fare rispettare il distanziamento tra i pazienti e disinfettando costantemente gli ambienti. A peggiorare questa situazione improvvisa contribuiva anche la difficoltà iniziale di reperire dispositivi di protezione individuale che erano, in brevissimo tempo, diventati introvabili per tutti».

I pazienti inizialmente non erano ancora pronti a questo nuovo approccio, forse perché spaesati e non pienamente consapevoli della situazione di pericolo in cui eravamo stati tutti improvvisamente catapultati. «Poi anche nella nostra Provincia si sono presentati i primi casi e abbiamo tutti capito, pazienti compresi, che il virus era una realtà molto vicina e non solo una notizia da leggere sui giornali - continua Sudabeh Salehi - Ho sempre visitato i pazienti, sia in ambulatorio che a domicilio, indossando i sistemi di protezione in mio possesso. Ho visitato anche persone che in quel momento necessitavano di cure ma che successivamente sono risultate positive. Purtroppo il 22 marzo, dopo il Capodanno persiano che coincide con l'equinozio di Primavera, ho sentito il mio primo malessere. Ho quindi, da subito monitorato la febbre, ed ecco il termometro salire a 38 gradi di temperatura. Ma come? Mi sono chiesta, io che non ho mai la febbre? Ho tempestivamente allertato il numero apposito per il Covid che fin qui da subito mi ha detto di allertare l'Ats per il tampone e di non di uscire più di casa».

Una gara di solidarietà da parte dei colleghi

Da qui è iniziata la lotta della dottoressa Sudabeh Salehi al Coronavirus. «In mezza giornata ho dovuto frettolosamente organizzare la mia assenza dal lavoro e qui è iniziata la catena di solidarietà che ha contraddistinto la mia “avventura”. I supporti e gli aiuti sono stati numerosi e tempestivi a partire dalla dottoressa Bertoldini che, come un angelo, mi ha supportato in tutto e dai miei colleghi (con cui sono in rete) che non hanno esitato a sostituirmi nei primi giorni, tamponando la mia improvvisa assenza. Fin da subito l'Ats (grazie alla tempestività e all'attenzione della dottoressa Pirola e del dottor Proh) si è adoperata nel sostenermi trovando un sostituto (la dottoressa Macedonio) che con dedizione si è presa cura dei pazienti».

«Dalla stanchezza ai dolori, così è iniziato il mio calvario»

Pochissimi giorni dopo ecco arrivare l'esito del tampone: positivo. «Il mio primo pensiero è andato ai miei pazienti - prosegue Sudabeh Salehi - La prima cosa che ho fatto, sfruttando le poche forze che avevo a disposizione, è stato redigere una lista delle persone che avevo visitato in modo da comunicare i loro nomi all'Ats. La consapevolezza di aver utilizzato tutti i dispositivi necessari per proteggerli combatteva con il timore iniziale di aver, involontariamente, fatto del male a coloro che da me si aspettavano di essere curati. Grazie a Dio, da lì a qualche settimana ho poi scoperto che stavano tutti bene e che quindi le misure adottate erano state efficaci. Nel frattempo, iniziava il mio calvario. Dopo giorni, invece di migliorare, peggioravo. Si presentavano man mano stanchezza, dolori muscolari e dolori a livello di gabbia toracica. I dolori erano così forti che, anche senza analgesici, sarebbero stati insopportabili».

«A peggiorare tutto contribuisce la solitudine a cui ti costringe questa malattia»

A peggiorare tutto contribuiva la solitudine. «Questa malattia ti costringe all'isolamento, non puoi avere contatti con nessuno, anche parlare al telefono era diventato difficoltoso, mi mancava il respiro. In questa situazione mi è stato veramente di conforto il mio dottore, il dottor Camero, che con pazienza e grande professionalità mi ha chiamato tutte le sere per accertarsi della mia situazione. Nonostante io abbia cercato di curarmi a casa, a seguito di piccole complicanze, ho avuto la necessità di recarmi in ospedale».

La professionilità dei medici, l'umanità trovata in ospedale

«La mia avventura ospedaliera, seppur breve, mi ha commosso - continua nella sua testimonianza la dottoressa iraniana - Ho trovato un'umanità che rasentava il surreale, sembrava quasi di conoscere tutti, anche se così non era. In quella situazione sembrava che le barriere fisiche imposte dalle protezioni individuali fossero completamente annullate dalla vicinanza emotiva. Sono stati momenti difficili, ti manca il respiro e ti addormenti nella speranza di risvegliarti la mattina seguente. In questa situazione acquisisci una consapevolezza: quella che la nostra vita così caotica spesso nasconde la nostra fragilità. Capisci che non devi perdere il senso vero della vita e per questa ritrovata consapevolezza sono grata a questa dura esperienza. Questo momento di difficoltà mi ha anche fatto scoprire una grande solidarietà perché, nonostante tutto, quello che in questa situazione non mi è mancato è stata l'umanità di tutti coloro che si sono adoperati non solo per me, ma per tutti quelli che, come me hanno avuto bisogno.

«Quando sono uscita di casa mi sono commossa, è indescrivibile ciò che si prova nel tornare alla normalità dopo aver temuto di non farcela»

«Scrivo oggi queste righe, giorno in cui per la prima volta, dopo quasi tre mesi sono uscita di casa - commenta infine Sudabeh Salehi -  Mi sono commossa, perché è indescrivibile la sensazione che si prova a ritornare alla normalità dopo aver temuto di non farcela. Questa esperienza mi ha tolto tanto, perché tuttora ho ancora delle difficoltà fisiche, ma mi ha dato anche tanto. Ho ricevuto tanto affetto anche attraverso i messaggi e preghiere dei miei pazienti, che anche se magari non lo sanno, ma hanno dato forza. Proprio per questo ci tengo particolarmente a ringraziare tutti coloro che in qualsiasi modo (un messaggio, una telefonata o anche semplicemente un pensiero) mi hanno dimostrato la loro vicinanza. Un ringraziamento non solo ad amici, colleghi e pazienti ma a tutta l'Ats per la professionalità e l'umanità dimostrate e a tutta la comunità di Delebio, a partire dalle autorità comunali, che mi è stata vicina facendomi sentire tutto il suo calore».

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(Si ringrazia Alberto Bottani per la collaborazione)

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