Coronavirus, siamo sicuri che stare in casa sia sufficiente per fermare l'epidemia?

Editoriale - Abbiamo capito che è importante stare a casa ma chi ha sintomi evidenti di covid-19 cosa deve fare? Il personale sanitario esposto al contagio? Gli anziani delle RSA? Domande lecite in un periodo confuso

In provincia di Sondrio i contagi da coronavirus aumentano, nonostante i divieti, i decreti e le ordinanze. Un numero che, certamente in misura inferiore rispetto alle altre realtà provinciali della Lombardia, non cessa di crescere giorno dopo giorno.

Seppur le regole essenziali, quelle che prevedono di stare in casa e di rispettare le distanze sociali di sicurezza e di coprirsi bocca e naso in caso di uscita, in Valtellina e Valchiavenna sembrerebbero esser rispettate (almeno dalla maggioranza della popolazione), il numero delle persone risultate positive al tampone covid-19 non smette di crescere.

Era il fine settimana del 7/8 marzo quando, dopo un avvio lento ed un po' confuso, oltre che all'arrivo incondizionato di centinaia di turisti sulle piste da sci, anche in provincia di Sondrio si era capita la gravità delle situazione.

Oggi, a distanza di un mese, dopo il blocco quasi totale delle attività sociali, la situazione non sembra esser certamente migliorata tenendo conto, inoltre, che l'incubazione del covid-19 nel nostro corpo, come ripetuto dagli esperti, è di 14 giorni.

Dall'inizio dell'emergenza, l'ATS della Montagna ha ufficialmente riscontrato nelle vallate valtellinesi e valchiavennasche oltre 600 persone positive al coronavirus, siano esse sintomatiche o meno. Contestualmente in Valtellina e Valchiavenna sono morte più di 100 persone e l'ospedale Morelli di Sondalo è messo a dura prova dagli oltre 210 pazienti ricoverati in terapia intensiva e sub-intensiva.

Dati ufficiali, significativi ed in continua crescita, che non trovano spiegazione nelle 4 settimane di chiusura forzata (c'è chi usa l'inglese "lockdown") e che fanno sorgere qualche dubbio.

Pare evidente, anzitutto, come decine di persone malate, con palesi sintomi da covid-19, non rientrino nelle stime istituzionali. Vi sono numerose persone che hanno trascorso (spesso su indicazione del medico curante, a causa forse della forte pressione sulla sanità regionale) il loro periodo di guarigione in casa come fosse una "classica" influenza stagionale, senza tenere conto, cioè, dell'alto tasso di contagio che il coronavirus porta con sè e, soprattutto, senza esser sottoposti a tampone oro-faringeo.

Persone che una volta superato il periodo di difficoltà sono tornate a vivere la propria vita nella tranquillità (se così si può dire) quotidiana.

Parallelamente i loro familiari hanno continuato a svolgere la propria vita, soprattutto lavorativa perchè impiegati in settori di primaria necessità sociale (supermercati, forze dell'ordine, trasportatori, farmacisti etc.), senza le necessarie accortezze di isolamento e quarantena sociale.

Un fenomeno poco evidente che però forse spiega la costante crescita della curva dei contagi, anche in provincia di Sondrio.

Colpisce in questa direzione la comunicazione del sindaco di Torre Santa Maria, Giovanni Gianotti, giunta nella giornata di lunedì 6 aprile dopo che nel paese malenco si è rivelato il primo caso di contagio.

«Mi preme richiamare al senso civico tutte quelle persone che nelle ultime settimane hanno presentato, seppur in maniera lieve, sintomi febbrili, senso di stanchezza o tosse secca. Queste persone, come ci dicono gli esperti, sono da considerarsi possibili contagiati, pertanto dovrebbero restare in isolamento fiduciario per almeno 14 giorni dalla scomparsa dei sintomi» ha scritto il primo cittadino alla popolazione.

Una visione, quella di doversi ritenere un contagiato all'insorgere dei primi sintomi, condivisa anche dall'assessore regionale Massimo Sertori il quale, nella mattinata di martedì 7 aprile 2020, attraverso i propri canali social, ha condiviso una breve animazione di Regione Lombardia (qui di seguito) che richiama al senso civico in caso di malesseri sospetti.

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Un fenomeno silente a cui si potrebbero probabilmente ascrivere le decine di persone morte, anche in provincia di Sondrio, tra febbraio e marzo 2020 nelle loro abitazioni o all'interno di strutture socio-sanitarie protette, senza che venissero sottoposte a tampone covid-19.

Assenza di strategie territoriali

Limiti di una gestione emergenziale che a distanza di giorni si riverberano nei nostri paesi con il continuo aumentare dei casi di contagio. Procedure errate come evidenziato dai presidenti della Federazione Regionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Lombardia all'interno di una lettera indirizzata ai vertici della Sanità lombarda. 

«In generale, a fronte di un ottimo intervento sul potenziamento delle terapie intensive e semi intensive, per altro in larga misura reso possibile dall’impegno e dal sacrificio dei medici e degli altri professionisti sanitari, è risultata evidente l’assenza di strategie relative alla gestione del territorio. La pressoché totale assenza delle attività di igiene pubblica (isolamenti dei contatti, tamponi sul territorio a malati e contatti, ecc...) [...] ha determinato la saturazione dei posti letto ospedalieri con la necessità di trattenere sul territorio pazienti che, in altre circostanze, avrebbero dovuto essere messi in sicurezza mediante ricovero».

Paura della malattia

Una dimostrazione evidente di come il covid-19 non sia stato ancora "isolato" in provincia di Sondrio, nonostante le 4 settimana di quarantena, l'ha racconta anche il Comitato di Morbegno della Croce Rossa Italiana.

«Abbiamo un grosso problema: la gente, a volte, ci nasconde la febbre oppure ci nasconde il contatto con persone o parenti che hanno sintomi riconducibili al Coronavirus, esponendo purtroppo noi operatori e molte altre persone al contagio! Noi soccorritori in quarantena non vi possiamo essere di alcun aiuto» hanno scritto i soccorritori morbegnesi.

Sanitari contagiati

Una questione, quella della tutela dei sanitari, che da giorni tiene banco nei dibattiti dell'opinione pubblica nazionale. Sono oramai conclamati i ritardi con cui gli operatori sanitari della Lombardia e nella nostra provincia (negli ospedali come negli ambulatori di paese e nelle case di riposo), sono stati forniti dei necessari dispositivi di protezione personale (mascherine, guanti e tutto il resto) con imperdonabile ritardo. 

«Questo ha determinato la morte di numerosi colleghi, la malattia di numerosissimi di essi e la probabile e involontaria diffusione del contagio, specie nelle prime fasi dell’epidemia» ha rimarcato l'Ordine dei medici lombardo.

Una diffusione del covid-19 negli ospedali della provincia che, nelle prime settimane, non è stata monitorata visto che, in assenza di segnali evidenti, i tamponi agli operatori sanitari non sono stati fatti. Una scelta quella di Regione Lombardia che con evidenza non ha permesso di capire e monitorare la portata dell'epidemia all'interno degli ospedali.

Non sono certamente pochi, solo per fare un esempio, i medici e gli infermieri positivi al coronavirus nell'ospedale di Sondrio, anche a causa della mancanza di dispositivi di protezione. Tra medici ricoverati in terapia intensiva e infermieri in quarantena, il contagio tra gli operatori sanitari del nosocomio del capoluogo è oramai cosa certa.

Come è certo che il non aver effettuato i tamponi ai sanitari delle strutture ospedaliere del territorio non ha permesso di circoscrivere il contagio ma lo ha legittimato ad espandersi anche, e soprattutto, tra i pazienti già ricoverati per altre patologie.

Case di riposo

Un cane che si morde la coda, un organo, quello ospedaliero volto alla tutela dei malati e dei più deboli, che anziché curare, ha esposto il suo fianco più provato dal contagio ai suoi pazienti.

Esattamente come successo in alcune Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) e Residenze Sanitarie per Disabili (RSD) dove il covid-19 ha trovato terreno fertile per proliferare, anche in Valtellina e Valchiavenna, seppur con meno intensità rispetto ad altre province lombarde. 

Sono centinaia gli anziani che in Lombardia hanno perso la vita a causa del coronavirus e sono decine gli anziani che in provincia di Sondrio palesano sintomi evidenti da coronavirus. Un contagio che si è cercato di limitare sospendendo le visite dei familiari dall'esterno senza però riuscire a placarlo completamente. 

Anche in questo frangente, come nel caso degli operatori sanitari, da protocollo non vengono effettuati i tamponi.

Tempo di responsabilità

Una situazione, insomma, estremamente complessa ed emergenziale nella quale, giorno dopo giorno, il numero delle persone positive al virus scoperto in Cina, seppur senza picchi evidenti, continua inesorabilmente ad aumentare.

Abbiamo capito che, per sconfiggere il coronavirus, è fondamentale rimanere in casa ma sembra sempre più chiaro come ognuno di noi debba fare di più per uscire da quello che sembra un vicolo cieco.

Chi sta male, senza vergogna, si protegga e protegga gli altri auto-isolandosi, immediatamente.

Chi è venuto a contatto con persone malate di covid-19 (o presunte tali) non abbia paura di prendere decisioni drastiche come sospendere la propria attività lavorativa perchè, fortunatamente, vi sono gli strumenti per giustificare le assenze.

Chi si trova in alto, nelle posizioni di decisione, dia risposte concrete ed efficaci per superare questa crisi mettendo al centro il bene delle persone prima che il benessere del sistema economico-produttivo e i propri tornaconti personali e politici.

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