Che impresa per il sondriese De Zaiacomo, in vetta ai 6000 metri del Bhagirathi da una via inviolata

Con lui in India i compagni dei Ragni di Lecco, Matteo Della Bordella e Luca Schiera

La gioia di Matteo De Zaiacomo in mezzo a Matteo Della Bordella e Luca Schiera

L'arrampicatore sondriese Matteo De Zaiacomo ce l'ha fatta! Insieme ai suoi compagni di avventura l'alpinista di Sant'Anna (frazione del capoluogo), Matteo Della Bordella e Luca Schiera, è riuscito a raggiungere la cima indiana del Bhagirathi IV, a 6.193 metri di quota, salendo dalla parete Ovest, fino ad oggi inviolata.

Dopo 50 giorni di attesa e silenzio, a causa del divieto di utilizzo dei telefoni satellitari imposto dalle autorità militari in quella regione, la notizia tanto attesa è arrivata in Italia. Un breve messaggio, «Abbiamo fatto la via!», sufficiente per rincuorare e inorgogliosire i familiari ed i compagni dei giovani.

Bhagirathi- ragni lecco-2

Il primo tentativo fallito

Per i forti arrampicatori, tutti membri dei Ragni di Lecco, non era il primo tentativo di raggiungere la vetta. Nel 2015 si erano dovuti fermare a soli 150 metri dalla cima, bloccati da una parete troppo friabile, decidendo poi di raggiungere lo stesso la cima dal versante opposto, più adagiato e "battuto". Qui il video della loro prima missione:

«Abbiamo passato 50 giorni fantastici in uno dei posti più incredibili agli occhi di un alpinista, un balcone fiorito 50 metri sopra il colossale ghiacciaio Gangotri e di fronte a noi, ad accogliere il nostro sguardo ogni mattina il monte Shivling. L'obbiettivo era scalare l'immensa big wall del Baghirathi 4, la quarta in ordine di altezza del gruppo Baghirathi, ma non certo inferiore a nessuna per impegno alpinistico, infatti la parete strapiomba per quasi tutta la sua altezza, solo i primi tiri sono verticali. E non a caso è l'unica parete del gruppo ancora inviolata. Le condizioni di scalata si sono subito rivelate estreme, innanzi tutto la quota che rende tutto molto più faticoso, sopratutto nel recuperare i pesanti sacconi, e il freddo che rendeva la scalata una vera e propria prova di sopportazione: ognuno di noi ha accusato leggeri principi di congelamento a mani e piedi. Sebbene avessimo un sacco di tempo a nostra disposizione non era sempre possibile attaccare la parete, innanzi tutto le tempeste di neve che ogni volta intasavano le fessure da una delle quali siamo anche stati sorpresi in parete, poi i tempi di recupero non sono neanche lontanamente paragonabili ad una via sul monte Bianco, passavano almeno 3 giorni perchè tornassimo a camminare. Quindi siamo stati capaci di assestare tre tentativi a questa monumentale parete, il primo finito dopo solo 4 tiri in un sistema di lame insabili e pericolose, il secondo terminato con una ritirata dovuta a una tempesta di neve e il terzo invece, terminato ad una manciata di tiri dalla vetta dove la roccia cambia e il perfetto granito liscio che ci aveva accompagnato fin li diventa uno scisto nero e assolutamente inscalabile, improteggibile e troppo friabile per rischiare un run out. Non esiste elicottero che viene a prenderti in parete e con 700 metri sotto di noi rischiare così tanto era da pazzi. Della Bordella dopo questo tentativo ha accusato un dolore all inguine dovuto probabilmente ai pesanti sacconi e allo stress in parete, e decide di tornare a casa prima. Io e Schiera complice un crollo delle temperature siamo costretti ad abbandonare il progetto bigwall e segniamo il gol della bandiera salendo il tanto ambito Baghirathi 4 dal versante opposto. Salire un 6000 è comunque un emozione grandissima anche se quel che abbiamo mancato per un soffio era una via atomica!» aveva così descritto il primo tentativo De Zaiacomo alla rivista Up Climbing.

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